Trigger Points: cosa sono e come si trattano?

 

I dati epidemiologici ci dicono che il dolore muscolo-scheletrico colpisce l’85% della popolazione almeno una volta nella vita (Staud, 2007): il dolore miofasciale, cioè quello proveniente dalla fascia e dal muscolo, ne è la causa maggiore ed ha una prevalenza del 37% negli uomini e del 65% nelle donne, tra i 30 e i 60 anni (Drews et al. 1995); queste stime crescono ulteriormente con l’avanzare dell’età, in quanto negli anziani la prevalenza raggiunge l’85% (Podichetty et al. 2003).

Queste statistiche sono in parte falsate, in quanto il dolore miofasciale è spesso poco considerato o non diagnosticato o associato a patologie reumatiche (American Pain Society). Infatti, nonostante il muscolo scheletrico rappresenti quasi ¼ del peso corporeo, non esiste un “miologo” o uno specialista del dolore muscolare e, di conseguenza, viene trascurato (D. G. Simons).

Negli ultimi decenni, la Sindrome da Dolore Miofasciale ha ricevuto maggiori attenzioni e, da “semplice” fenomeno clinico associato ad altre patologie (es. Fibromialgia), è sempre più vicina ad essere riconsciuta come vera e propria diagnosi medica: un’indagine condotta su un totale di 1.663 medici specialisti appartenenti all’American Pain Society ha riportato un consenso generale nel riconoscere alla Sindrome una legittima diagnosi (Harden et al. 2000).

 

Dall’inglese Punto Grilletto, il Myofascial Trigger Point era già stato descritto e studiato nella prima metà del Novecento da numerosi clinici (es. Kellgren, 1938). Nel più celebre trattato, pubblicato dai medici e ricercatori americani Janet Travell e David Simons (vivente) nel 1983, dopo circa 40 anni di studi, in cui si approfondisce l’argomento delle sindromi miofasciali e del dolore riferito, viene data la seguente definizione:

Un Trigger Point è un punto iperirritabile, localizzato su una bandelletta rigida di un muscolo scheletrico, il quale risulta doloroso alla compressione, all’allungamento, al sovraccarico o alla contrazione del tessuto, che solitamente evoca un dolore riferito, percepito distante dal punto stesso.
(Simons et al. 1999)


Il dolore riferito è un fenomeno che si riscontra frequentemente nella pratica clinica e che può originare da muscoli, articolazioni, legamenti, tendini o visceri.

Il meccanismo neurofisiologico che ne è la causa è detto “effetto convergenza”: i neuroni deputati a captare informazioni provenienti dalle strutture periferiche (es. uno stimolo doloroso proveninte dal tessuto muscolare) sono situati sulle corna dorsali del midollo spinale; qui giungono input nervosi e afferenze sensitive da varie strutture anatomiche (per esempio dalla cute, dalle articolazioni o da un viscere come l’intestino), i quali convergono nella medesima radice nervosa.

Può accadere che i nostri centri di controllo superiori (situati nell’encefalo), i quali controllano e rielaborano gli stimoli provenienti dalla periferia e dal midollo spinale, captino erroneamente un’afferenza dolorosa proveninte da un muscolo, riconoscendola come proveniente dalla cute, in una sede anatomica lontana dal muscolo dolorante. 

 

Il risultato di questa confusione di stimoli nervosi?

Un dolore proveninte dalla spalla, viene percepito sull’avambraccio.

 

Per fortuna, se vengono eliminati gli stimoli nocicettivi periferici (quindi il dolore proveninte dal Trigger Point), si tratta di un fenomeno reversibile! (Arendt-Nielsen, 2000)

Un altro caso comune di dolore irradiato, dovuto alla presenza di Trigger Points Miofasciali nei muscoli della testa e del collo (es. Massetere, Temporale, Sternocleidomastoideo, Trapezio, Sempispinale, Splenio), è quello delle emicranie o delle cefalee tensive cervicogeniche. (Karadaş et al. 2013)

La presenza di Trigger Points si riscontra in molteplici patologie a carico dell’apparato neuro-muscolo-scheletrico; i seguenti disordini sono soltanto alcune delle numerose condizioni in cui si è rivelato scientificamente efficace il trattamento dei TrPs:

  • Cervicalgia cronica (Lluch et al. 2013)
  • Colpo di frusta cronico (Bismil et al. 2012) e acuto (Fernández-Pérez et al. 2012)
  • Disordini temporo-mandibolari (Fernández-de-Las-Peñas et al. 2010)
  • Lombalgia (Iglesias-González et al. 2013)
  • Fascite Plantare (Imamura et al. 1998)
  • Osteoartrite (Henry et al. 2012)
  • Dolore cronico ai polpacci (Grieve et al. 2013)
  • Dolore fermoro-rotuleo (Roach et al. 2013)
  • Capsuliti adesive (Clewley D et al., 2014)
  • Sindrome da Impingement della Spalla (Alburquerque-Sendín F et al., 2013; Hidalgo-Lozano A et al., 2011)
  • Donne guarite da cancro al seno (Cantarero-Villanueva I et al., 2012, Fernández-Lao C et al., 2012 )
  • Dolore di spalla (Bron C et al., 2011)
  • Gomito del tennista o epicondalgia (Fernández-Carnero J et al. 2008)

Come riconoscere un Trigger Point


Il Trigger Point viene classificato come Attivo o Latente a seconda delle sue caratteristiche cliniche:

  • Il dolore locale e riferito di un Trigger Point attivo riproduce i sintomi riportati dal paziente e viene riconosciuto dalla persona come un dolore famigliare (Simons et al. 1999);
  • Il dolore locale o riferito di un TrP latente non riproduce alcun sintomo famigliare o conosciuto al paziente (Simons et al. 1999).

Come avrete già intuito, il Trigger Point può essere una disfunzione primaria o secondaria: nel senso che può essere esso stesso causa generatrice del dolore (come nella Sindrome da Dolore Miofasciale) oppure un condizione di comorbidità, conseguenza di altre patologie.

Come per ogni patologia, anche per quanto riguarda il trattamento dei Trigger Point, esistono diverse strade terapeutiche da poter percorrere.

In generale, il consiglio è sempre quello di affidarsi ad un professionista sanitario qualificato, sia esso un medico o un fisioterapista specializzato: è di fondamentale importanza verificare sempre la formazione del clinico, in quanto l’abusivismo professionale è una piaga molto diffusa.


  • Terapia Manuale

    È un’area specialistica della fisioterapia, per il trattamento dei disturbi neuro-muscolo-scheletrici, basata sul ragionamento clinico, la quale utilizza approcci di di trattamento altamente specifici, che includono tecniche manuali ed esercizi terapeutici. (IFOMT)

    Una delle tecniche utilizzate per il trattamento dei Trigger Points è la compressione ischemica, che consiste in una semplice ma efficace digitopressione sul punto doloroso, fino all’esaurimento del sintomo.

    Questa tecnica produce una duplice azione sul Punto Grilletto: un effetto meccanico, per cui la pressione del dito del terapista non fa altro che allungare le fibre muscolari; un effetto chimico, che crea una piccola area di ischemia (non arriva sangue), cui segue un’iperemia locale (torna il flusso sanguigno), che rimuove prodotti di “scarto”, porta ossigeno e nutrienti, rispristinando un normale metabolismo della fibra muscolare.



  • Dry Needling


È un intervento specialistico che comporta l’utilizzo di sottili aghi filiformi, al fine di penetrare la cute e stimolare i Trigger Points sottostanti, il muscolo e il tessuto connettivo. (American Physical Therapy Association)


È una tecnica più specifica rispetto alle tecniche manuali (Dommerholt, 2011) e comporta un’immediata riduzione del dolore locale e riferito (Fernandez Carnero et al. 2010). 




  • Autotrattamento

    Ricordando che non bisogna considerare nessuna tecnica come unica, in grado di risolvere “da sola” una disfunzione neuro-muscolo-scheletrica o di movimento, è sempre importante seguire un approccio di trattamento multimodale, che comprenda più metodi terapeutici. Infine, non bisogna dimenticare di seguire i consigli del fisioterapista e proseguire a casa il trattamento con un programma di esercizi specifico e personalizzato, volto ad eliminare la causa del problema.
 
Dott. Matteo Mazzoni
Fisioterapista COMT
Associato Dry Needling Italia